By Melody Di Paolo
Una prima della stagione lirica all’apparenza tradizionale ma attraversata da significati profondi e sorprendentemente attuali è andata in scena venerdì sera al Teatro Marrucino di Chieti, che ha riportato sul palcoscenico la celeberrima opera Turandot di Giacomo Puccini, con la direzione del M° David Crescenzi e la regia di Giandomenico Vaccari.
Le celebrazioni pucciniane hanno raggiunto il loro apice, negli ultimi anni, anche nel ricordo del centenario della morte del compositore (avvenuta nel 1924) e grazie all’eccellente lavoro portato avanti dal Festival Puccini di Torre del Lago, la cui collaborazione con il Marrucino contribuisce a donare alle messinscene una profondità quasi sacrale che ben si addice all’indiscussa bellezza e prestigio del teatro teatino. E non è un caso che quest’anno la Turandot torni a risplendere a Chieti dopo diciassette anni, in ode all’anniversario della prima assoluta alla Scala avvenuta il 25 aprile 1926 continuando ad incarnare l’eterna tensione tra commozione e tormento, speranza e brutalità, candore e ferocia, che nella profonda aderenza alla complessità dei sentimenti umani rappresenta l’eredità immortale del compositore toscano.
Khutulun, Tourandocte, Turandotte, Turandot. I nomi della leggendaria principessa, seppur diversi, ne rivelano il fascino che imperiosamente per secoli ha dominato il cuore di tanti letterati e artisti, approdando al genio pucciniano che rinunciando per la prima (e purtroppo ultima) volta alla sua classica protagonista dolce e sofferente, ha dato vita ad una donna algida e orgogliosa, ma incredibilmente moderna, sospesa tra il mondo della fiaba e le inquietudini della realtà contemporanea. Dall’anima fiera e dal volto indimenticabile, la principessa di ghiaccio trova nella messinscena del Teatro Marrucino il viso e la voce del soprano Maria Tomassi, avvolta nello splendore del suo abito argenteo e simbolo perfetto di purezza e crudeltà, ma anche di quell’atmosfera di sogno e mito che pervade la Cina dell’opera pucciniana. Su uno sfondo scenografico di grande impatto visivo, in cui una monumentalità quasi sacrale dialoga con la maestosità del teatro teatino, Turandot appare inaccessibile, quasi sovrannaturale: il suo ingresso, accompagnata dal corteo di ancelle e proveniente dalla stessa platea del teatro, la rende una figura estranea a sé persino rispetto al mondo di cui è principessa e al quale guarda dall’alto con le sue convinzioni e il suo gioco di terrore che ormai regna sovrano tra il popolo fedele.
Ma proprio la sua vicinanza fisica al pubblico lascia intravedere le crepe di una figura apparentemente invulnerabile, rivelandone il lato più intimo e fragile, e la superba prova canora e recitativa della Tomassi trova il suo contrappunto nella possenza di Calaf (David Baños), il principe senza corona che non ha dimenticato la sua nobile condizione, trovando in Turandot non solo la donna che ama ma anche la patria e la sua dignità che sembravano perdute. Il suo abito verde e dorato ne richiama la nascita regale e la prorompente vitalità (come la giada, sacra pietra cinese), ma anche la speranza incrollabile che esplode nella celeberrima aria Nessun dorma nella quale David Baños riporta in vita “la superba certezza” del protagonista e dona al pubblico il momento più atteso della serata, scatenando applausi entusiastici e interrompendo l’orchestra che consente al tenore di ricevere il meritato tributo.
Nulla, tuttavia, sembra scalfire il cuore della principessa, neanche la voce innamorata di Liù (Eva Dorofeeva), buona controparte della protagonista e misto di tenerezza e sensualità, che con la sua aria straziante Tu, che di gel sei cinta ha commosso il pubblico mettendo in mostra non solo la dolcezza canora ma anche le straordinarie doti recitative della soprano. Solo la forza scenica e vocalica di Calaf la invade, e il “brivido fatal” dell’amore che pervade il suo animo ne mette in luce le profonde contraddizioni, grazie anche a dettagli scenici che ne rivelano il lato più umano e ardente. L’abito di ghiaccio dai risvolti dorati sembra anticipare finale, svelando quell’amore nascosto e represso per il principe, che grazie al momento iconico del bacio scioglie con il suo calore l’algida principessa e ne annulla le difese: è lo Yin che si riunisce al suo Yang, e al pubblico rapito viene così restituito il lieto fine tanto agognato da Puccini, che sancisce il trionfo dei sentimenti e accompagna Turandot verso la sua definitiva consacrazione nella modernità.
La regia di Vaccari ha avuto l’indiscutibile merito di riportare allo stato più puro e autentico la visione pucciniana, restituendo il giusto rilievo alla figura di Liù, vera erede delle protagoniste femminili tradizionali ed emblema dei sentimenti di amore e sacrificio, che si pongono in netto contrasto con la complessità psicologica e l’instabilità emotiva di Turandot, portatrice di quel sangue e di quella morte che avvolgono tutti coloro che la circondano. Lo straordinario coro del Teatro Marrucino, egregiamente preparato dal M° Christian Starinieri, insieme al coro di voci bianche del Conservatorio “L. D’Annunzio” di Pescara diretto dal M° Paola Ciolino, amplifica questo sentimento, lo rende vivo e credibile, e tutti i personaggi dell’opera – re Timur, interpretato da Andrea Silvestrelli, dalla voce calda e dall’animo ormai rassegnato, e i tre funzionari Ping, Pong, Pang, impersonati rispettivamente da Florin Estefan, Giovanni Formisano e Orlando Polidoro, figure derivanti dalla commedia dell’arte e sospese tra il grottesco e un’insospettabile umanità – contribuiscono, nel loro confronto con Calaf, ad enfatizzarne l’essenza più profonda, mentre nel rapporto con Altoum, interpretato dal bravo e convincente Marco Iezzi, si delinea una singolare comunione di animo e nobiltà che accomuna le due figure in una dimensione di regalità ed eccezionalità.
La straordinaria orchestra dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, magistralmente diretta del M° Davide Crescenzi, si conferma una delle perle del territorio, restituendo tutta la ricchezza della scrittura pucciniana, in una sintesi mirabile di romanticismo e modernità che intreccia esotismo e solennità alla potenza orchestrale carica di lirismo e intensità emotiva. Una trama sonora capace di avvolgere il pubblico e accompagnarlo fino agli scroscianti applausi finali, suggellando una prima di stagione che guarda al futuro senza tradire la tradizione, e che grazie all’incessante e lodevole lavoro della Deputazione Teatrale conferma il ruolo del Teatro Marrucino come tempio di eccellenza artistica e culturale, nel rispetto e nella costante valorizzazione dei talenti abruzzesi.
