Poche gocce di sangue, raccolte con un semplice prelievo dal dito, per individuare precocemente i segnali del diabete di tipo 1 nei bambini. È il principio alla base di un nuovo test destinato allo screening della popolazione pediatrica, sviluppato anche grazie al contributo del gruppo di Biochimica dell’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara.
La tecnologia si basa sul sistema Dried Blood Spot (DBS), che consente di raccogliere il sangue capillare su apposite carte, semplificando la conservazione, il trasporto e la gestione dei campioni. Una modalità di prelievo semplice, che permette di applicare analisi diagnostiche avanzate anche nell’ambito di programmi di screening su larga scala.
Il gruppo di ricerca della “d’Annunzio”, diretto dalla professoressa Damiana Pieragostino, docente di Biochimica clinica e biologia molecolare clinica presso il Dipartimento di Scienze, lavora da anni allo sviluppo di test diagnostici innovativi basati sul DBS. Al progetto partecipano anche la professoressa Claudia Rossi e i professori Vincenzo De Laurenzi e Luca Federici, tutti afferenti al Dipartimento di Scienze, la dottoressa Ilaria Cicalini del CAST dell’Ateneo teatino e la dottoressa Beatrice Dufrusine dell’Università degli Studi di Teramo.
Un percorso di ricerca portato avanti anche attraverso la collaborazione consolidata con Revvity, azienda internazionale attiva nel settore delle tecnologie diagnostiche. Da questa sinergia è nato il nuovo sistema automatizzato, che ha trovato proprio nei laboratori della “d’Annunzio” una tappa importante verso l’applicazione clinica: l’Ateneo ha infatti condotto lo studio delle prestazioni del test, necessario nell’ambito del percorso di certificazione europea secondo il regolamento IVDR.
Al centro del progetto c’è la possibilità di riconoscere precocemente i bambini che potrebbero aver bisogno di ulteriori accertamenti e di un monitoraggio mirato, senza attendere la comparsa delle manifestazioni più gravi della malattia.
«La ricerca ha davvero valore quando riesce ad arrivare alle persone», sottolinea la professoressa Damiana Pieragostino. «Una piccola goccia di sangue può consentirci di portare sul territorio tecnologie diagnostiche avanzate e di individuare precocemente i bambini che necessitano di approfondimento e monitoraggio. È questo che significa trasformare la ricerca in prevenzione concreta».
La docente evidenzia inoltre il ruolo dello screening nella possibilità di anticipare il riconoscimento del rischio e accompagnare ogni bambino nel percorso più appropriato. «Il valore dello screening sta nel non aspettare che la malattia si manifesti attraverso le sue complicanze, ma nel riconoscere precocemente il rischio e accompagnare il bambino nel percorso più appropriato».
Un approccio che amplia il significato stesso della tutela della salute, mettendo al centro non soltanto la cura, ma anche la prevenzione e la capacità di intervenire tempestivamente. «La tutela della salute non comincia soltanto quando è necessario curare una malattia. Inizia molto prima, con la capacità di riconoscere il rischio e prevenire, quando possibile, le conseguenze più gravi», aggiunge Pieragostino.
La prospettiva, conclude la docente, è quella di rendere le tecnologie innovative sempre più accessibili sul territorio: «Quando l’innovazione riesce a raggiungere capillarmente il territorio, anche una goccia di sangue può diventare uno strumento concreto per proteggere la salute dei nostri bambini».
Il progetto rappresenta così un esempio di collaborazione tra ricerca universitaria e impresa, con l’obiettivo di tradurre i risultati scientifici in strumenti diagnostici utili alla prevenzione e alla salute pediatrica.
