In un mondo dove si tende a minimizzare sempre tutto, chi tiene ai dettagli nel suo modo di relazionarsi agli altri sembra solo ansioso. Una celebre terzina della Divina Commedia offre, però, una chiave di lettura più profonda. Nel terzo canto del Purgatorio, Dante e Virgilio si trovano sulla spiaggia. Poco prima, insieme alle anime, si erano fermati ad ascoltare il musico Casella che cantava. In quel momento interviene Catone, custode del regno, che li sgrida e li sprona a proseguire nel loro cammino. Mentre riprendono il viaggio, Dante osserva la sua guida e scrive:
“E mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscïenza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!”
In questa terzina vediamo un Virgilio che si rimprovera da solo. La sua coscienza è così nobile e pura che anche una minima distrazione, come l’essersi fermato un attimo ad ascoltare una canzone, gli provoca un grande peso sul cuore. È una reazione molto severa per un “peccato” così piccolo, ma ci porta a riflettere su come spesso nella vita si sottovaluta la responsabilità personale nel perdere tempo.
A distanza di oltre sette secoli, quanti di noi si sentono esattamente come Virgilio?
Oggi viviamo in una società che, sul modello di Catone, vorrebbe spingerci costantemente ad essere impeccabili e produttivi, accrescendo l’ansia di dover essere sempre al top e la paura di sbagliare. Tendiamo a trasformare ogni piccola svista o imperfezione in un’enorme colpa, diventando i giudici più severi di noi stessi. Questa paura si riversa, nel caso di noi adolescenti, anche nella scuola dove in una prova, novantanove cose giuste passano in secondo piano rispetto all’unica imprecisione.
Questa sensazione si riflette anche nelle nostre interazioni quotidiane sul telefono. Spesso, quando inviamo o riceviamo un messaggio, molti di noi finiscono per cedere alla vocina presente nella propria testa che ci fa ripensare e ripensare alle parole, e ci tormentiamo per un tono che potrebbe essere percepito come freddo, per una risposta arrivata in ritardo o per una virgola messa male. Proprio come Virgilio, ingigantiamo cose insignificanti che spesso gli altri non notano nemmeno.
Un aspetto fondamentale che la terzina dantesca fa notare è l’incapacità di concedersi una pausa: così come Virgilio si sente in colpa per essersi lasciato trasportare dal canto di Casella invece di andare subito verso la meta, allo stesso modo nella nostra quotidianità frenetica, spesse volte ci capita di sentirci in colpa nel momento in cui stacchiamo la spina.
Ma Dante è capace di sorprendere, rappresentando valori apparentemente antitetici, perché diversamente motivati. E così, se nel Purgatorio Catone funge da sprone all’impeccabilità dell’essere tempestivi e performanti, è Cacciaguida nel Paradiso a mostrare un’alternativa di altrettanto profondo messaggio. Il trisavolo dantesco, rievocando l’antica Firenze che scandiva le sue giornate al suono della campana della Badia che segnava le ore, mostra una comunità sana, perché regolata da un ritmo tranquillo.
Fiorenza dentro da la cerchia antica,
nond’ ella toglie ancora e terza e nona,
nsi stava in pace, sobria e pudica.
Oggi, invece, viviamo in una frenesia che ha cancellato completamente quella tranquillità che dà l’assaporare il momento, sostituendola con una pressione sociale continua.
Abbiamo interiorizzato l’idea che ogni singolo minuto debba essere sfruttato per fare qualcosa di produttivo, quindi quando arriva il momento del riposo, non lo consideriamo un bisogno ma una perdita di tempo. La ricerca della perfezione e il senso del dovere sono qualità nobili, ma quando diventano un’ossessione rischiano di privarci della serenità. Riconoscere invece che un picciol fallo appartiene agli esseri umani è il primo passo per imparare ad essere più clementi con noi stessi. Quindi, anche rallentare, prendersi del tempo per sé non è certo colpa di cui vergognarsi, ma condizione indispensabile e necessaria per sintonizzarsi e per vivere con maggiore equilibrio.
Letizia Filippone
