«Un fegato di nome Maicol»: il libro di Mariangela De Michele, una storia di dolore, coraggio e rinascita

Sei anni di tumore, un doppio trapianto e la forza di ricominciare: in «Un fegato di nome Maicol», Mariangela racconta la sua storia e il valore della donazione degli organi.

Ci sono momenti nella vita in cui il tempo smette di essere semplicemente una successione di giorni, mesi e anni e assume un significato completamente nuovo. Momenti in cui anche il solo fatto di esserci, di poter respirare, di guardare il mondo e immaginare ancora un futuro diventa un dono prezioso. È da questa consapevolezza che nasce la storia di Mariangela De Michele, autrice del libro Un fegato di nome Maicol, un memoir intenso e profondamente umano che racconta la sua battaglia contro il tumore al fegato, il doppio trapianto e il difficile percorso che l’ha condotta verso una nuova vita.

«Ho cinque anni e sono nata nel 1961»: è questa la frase che colpisce immediatamente sulla copertina del libro, una dichiarazione che potrebbe sembrare un paradosso e che invece racchiude il significato più autentico della sua esperienza. Per Mariangela, infatti, il 1° dicembre 2021, giorno del suo secondo trapianto di fegato, rappresenta una vera rinascita. Dopo sei anni di malattia, interventi chirurgici, attese cariche di paura e ventitré giorni trascorsi in terapia intensiva, il tempo ha cominciato ad avere una misura diversa: quella di una vita ritrovata, da vivere con una nuova consapevolezza.

Ma Un fegato di nome Maicol non è soltanto il racconto di una difficile esperienza medica. È una testimonianza che parla di fragilità e coraggio, di solitudine e affetti, di paura e speranza. Attraverso il ricordo della sua famiglia, il legame con la madre e l’affetto per il suo cane Mirò, Mariangela ricostruisce un percorso nel quale il passato e il presente si intrecciano, mostrando quanto i legami più profondi possano continuare a sostenerci anche nei momenti più bui.

Anche il titolo racchiude una storia speciale. Maicol è il nome che Mariangela ha scelto per il suo nuovo fegato quella «M» che unisce mamma, Mariangela e Mirò. Un nome affettuoso che dà un significato personale alla nuova vita ricevuta e che richiama inevitabilmente il valore della donazione degli organi: il gesto generoso di qualcuno che, pur restando sconosciuto, ha reso possibile il futuro di un’altra persona.

Il desiderio dell’autrice è che il suo libro non lasci nel lettore soltanto il ricordo della sofferenza, ma soprattutto un messaggio di speranza. Vorrebbe che chi sta affrontando una malattia trovasse un po’ di coraggio, che i familiari si sentissero meno soli e che chi è in attesa di un trapianto comprendesse che la paura è naturale, ma non deve avere necessariamente l’ultima parola. Perché il coraggio, come emerge dalle sue parole, non consiste nel non avere paura, ma nel continuare a camminare anche quando la paura ci accompagna.

Abbiamo incontrato Mariangela De Michele per farci raccontare la storia che si nasconde dietro queste pagine, il significato della sua rinascita e il messaggio che desidera affidare ai lettori. Un’occasione per conoscere non soltanto la donna che ha attraversato una prova durissima, ma anche la testimonianza di chi ha scelto di trasformare la propria esperienza in un messaggio di vicinanza, solidarietà e fiducia nella vita.

Domanda. Mariangela, la copertina del suo libro si apre con una frase che incuriosisce e invita subito a leggere: «Ho cinque anni e sono nata nel 1961». Che cosa significa questa affermazione?

Risposta. Non è un errore e nemmeno un gioco di parole. È il modo in cui ho imparato a contare il tempo dopo il mio secondo trapianto di fegato. Da quel momento, la mia vita ha assunto una misura diversa. Gli anni anagrafici continuano a passare, ma quelli della mia rinascita hanno un altro significato. Ho iniziato a guardare la vita da una prospettiva nuova, con una consapevolezza diversa di ciò che significa esserci, poter respirare, avere ancora un futuro. Per questo dico di essere nata di nuovo: il trapianto non ha rappresentato soltanto una possibilità di sopravvivenza, ma l’inizio di una nuova stagione della mia vita.

Domanda. Il titolo Un fegato di nome Maicol è insolito e molto personale. Perché ha scelto di dare un nome al suo nuovo fegato?

Risposta. Maicol è il nome che ho dato al mio fegato nuovo. Non è un nome scelto a caso: ho voluto che racchiudesse qualcosa di profondamente mio. La «M» richiama mia madre, me stessa, Mariangela, e Mirò, il mio cane. In questo nome si incontrano affetti, ricordi e parti importanti della mia vita. Per me rappresenta il legame con la nuova possibilità che ho ricevuto. Dietro quell’organo c’è anche una persona che ha scelto di donare e che non conoscerò mai. Il nome Maicol è il mio modo di dare un significato intimo a questa rinascita.

Domanda. Nel sottotitolo leggiamo «sei anni di tumore». La sua è stata una battaglia lunga, segnata da interventi e trattamenti, fino ad arrivare al trapianto. Come ha vissuto questo percorso?

Risposta. Sono stati anni difficili, fatti di interventi, ricoveri, attese e momenti in cui sembrava possibile lasciarmi alle spalle la malattia, salvo poi ritrovarmi nuovamente a combattere. Ho dovuto affrontare due resezioni epatiche e una termoablazione prima di arrivare al trapianto. Non è stato un cammino semplice e non sempre mi sono sentita forte. Ci sono stati momenti di paura e di grande stanchezza, ma ho continuato a cercare dentro di me la forza per affrontare la prova successiva. Raccontare questa esperienza significa anche riconoscere che la forza non è una condizione permanente: a volte si perde, si ritrova e si costruisce un passo alla volta.

Domanda. Nel suo racconto emerge la paura di affrontare un’operazione così importante e l’incertezza legata all’attesa di un organo. Come si vive sospesi tra la speranza di poter ricominciare e il timore che qualcosa possa andare storto?

Risposta. La paura è una presenza concreta. Quando si affronta un percorso come il trapianto, non si può sapere con certezza che cosa accadrà. Ci sono gli esami, le visite, le attese e la consapevolezza che il proprio corpo deve essere in grado di affrontare un intervento molto complesso. Nel mio caso, sapevo di aver già superato prove difficili, ma questo non eliminava i dubbi. Ho imparato che paura e speranza possono convivere nello stesso momento. Non bisogna necessariamente sconfiggere la paura prima di poter andare avanti: a volte si continua proprio insieme a lei, affidandosi alle cure, alle persone che ci accompagnano e alla speranza di una possibilità.

Domanda. Uno dei temi più significativi del libro è la solitudine. Lei racconta che la malattia può isolare anche quando si è circondati da persone che ci vogliono bene. Che cosa vorrebbe far comprendere ai lettori?

Risposta. La malattia non è fatta soltanto di diagnosi, interventi e terapie. Esiste una dimensione interiore che spesso rimane invisibile. Ci sono pensieri che non riusciamo a condividere, paure che non sappiamo raccontare e notti che dobbiamo attraversare nel silenzio. Anche quando abbiamo accanto persone che ci amano, alcune esperienze restano profondamente personali. Io ho conosciuto questa solitudine e so quanto possa essere difficile. Per questo ho voluto raccontarla: vorrei che chi sta affrontando una malattia si sentisse compreso e che chi gli sta accanto imparasse a riconoscere anche ciò che non viene detto. A volte non servono grandi discorsi, ma una presenza capace di ascoltare senza giudicare.

Domanda. Nel libro emerge la fiducia nella medicina e nella ricerca. Dopo tanti interventi e ricoveri, quale significato ha assunto per lei affidarsi alle cure e ai professionisti che l’hanno accompagnata?

Risposta. La fiducia è stata fondamentale. Nel mio percorso ho incontrato medici e infermieri e ho conosciuto da vicino il lavoro di chi si prende cura dei pazienti in momenti di grande fragilità. Ho imparato quanto siano importanti la competenza, l’organizzazione e la ricerca, ma anche la capacità di trasmettere tranquillità. In ospedale ci si trova spesso in un ambiente difficile, lontano dalla propria quotidianità, e un gesto gentile può fare una grande differenza. Una parola rassicurante, un sorriso o una coperta sistemata con attenzione possono aiutare a sentirsi meno soli. La mia esperienza mi ha confermato quanto sia importante poter contare su cure adeguate e su persone che non vedano soltanto la malattia, ma anche chi la sta affrontando.

Domanda. La copertina richiama i ventitré giorni trascorsi in terapia intensiva. Nel libro racconta di ricordi frammentari, sensazioni confuse e immagini potenti, come quella del mare e delle onde che la travolgono. Perché ha scelto di raccontare anche questa parte così difficile?

Risposta. Perché fa parte della mia storia e rappresenta una delle esperienze più complesse che ho attraversato. Dopo i trapianti ho trascorso ventitré giorni in terapia intensiva a causa di un’infiammazione cerebrale. Di quel periodo non conservo ricordi ordinati, ma frammenti di sensazioni e immagini. Ho cercato di raccontarli attraverso le metafore che sentivo più vicine a quello che stavo vivendo: il mare, l’onda che mi trascinava, la fatica di tornare in superficie. Sono immagini che restituiscono il senso di smarrimento e di lotta che attraversa quel periodo. Ho voluto raccontarlo mostrando quanto possa essere difficile e complesso il percorso che si nasconde dietro una rinascita.

Domanda. Nel racconto emerge con particolare intensità il ricordo di sua madre. Nel momento più buio della terapia intensiva, la sua presenza prende forma attraverso un’immagine molto emozionante: una mano che la afferra e la aiuta a risalire. Che cosa rappresenta per lei questo ricordo?

Risposta. Mia madre è una presenza fondamentale nella mia storia, anche se non ho più potuto averla accanto fisicamente durante questo percorso. Nel racconto della terapia intensiva, il suo ricordo assume una forma molto intensa. In quel mondo confuso, fatto di sensazioni e immagini, sento la sua mano come qualcosa che mi riporta verso la vita. È il modo in cui ho cercato di esprimere la forza del legame con lei e di tutto ciò che rappresenta per me. Gli affetti non eliminano la sofferenza, ma possono continuare a sostenerci anche attraverso il ricordo. Accanto a questo legame, sono stati preziosi mia sorella e gli altri familiari e amici che mi hanno accompagnata nel mio cammino.

Domanda. Uno dei messaggi più importanti del libro riguarda la donazione degli organi. Lei scrive che, se oggi può raccontare la sua storia, è perché qualcuno ha scelto di donare. Che cosa desidera dire a chi legge queste parole?

Risposta. Vorrei trasmettere tutta la mia gratitudine verso chi ha scelto di donare e verso il valore di questo gesto. Non conoscerò mai il volto della persona che ha reso possibile la mia rinascita, ma la sua scelta fa parte della mia vita. Ogni giorno che vivo è anche un modo per dire grazie. La donazione degli organi può offrire a una persona una possibilità concreta di continuare a vivere, di ritrovare il futuro quando sembrava non esserci più. Per questo ritengo importante parlarne e diffondere consapevolezza. La mia storia è personale, ma il messaggio riguarda tutti: una scelta di generosità può avere un significato immenso per chi la riceve e per le persone che gli vogliono bene.

Domanda. Lei desidera che il lettore arrivi all’ultima pagina portando con sé un sorriso invece della tristezza. Qual è il messaggio che spera di lasciare attraverso il suo libro?

Risposta. Vorrei che queste pagine fossero un’occasione di vicinanza. Chi sta affrontando una malattia potrebbe trovare un po’ di coraggio; un familiare potrebbe sentirsi meno solo; chi aspetta un trapianto potrebbe riconoscere la propria paura e capire che non è una debolezza. Non volevo raccontare soltanto il dolore che ho vissuto, ma anche la forza che ho scoperto, la speranza che mi ha accompagnata e la fiducia che non ho mai voluto abbandonare. Se anche una sola persona, leggendo il mio libro, riuscirà a sentirsi meno sola, allora la mia esperienza avrà assunto un significato più grande.

Domanda. Nel libro utilizza l’immagine di una lunga salita, dopo la quale arriva un tratto in cui finalmente si riesce a respirare. È una metafora che racchiude bene il senso della sua esperienza. Che cosa significa oggi, per lei, guardare al futuro?

Risposta. Significa riconoscere che la vita può metterci davanti ostacoli che sembrano insormontabili, ma che merita comunque di essere affrontata fino in fondo. Non significa pensare che, dopo una grande sofferenza, tutto diventi facile o che non restino fragilità. Significa accettare di essere cambiati e provare a guardare avanti con una consapevolezza nuova. La salita mi ha trasformata: mi ha resa più fragile in alcuni aspetti, ma anche più consapevole della forza che possiamo trovare dentro di noi e dell’importanza di affidarci agli altri quando da soli non riusciamo ad andare avanti.

Domanda. Mariangela, se potesse lasciare ai lettori una sola riflessione dopo aver letto Un fegato di nome Maicol, quale vorrebbe che portassero con sé?

Risposta. Vorrei che comprendessero che il coraggio non è non avere paura, ma continuare ad andare avanti anche quando la paura ci accompagna. Non possiamo sempre scegliere le prove che la vita ci mette davanti, ma possiamo cercare, ogni volta, il modo di affrontarle. A volte bisogna affidarsi agli altri, accettare di essere fragili e fare un passo senza sapere che cosa ci aspetta. La vita può cambiare profondamente, ma anche quel cambiamento può aprire la strada a un nuovo inizio. È questo il messaggio che vorrei lasciare: non perdere la speranza e continuare a credere nel valore della vita.

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La storia di Mariangela De Michele non cancella la sofferenza, ma le dà una voce. Attraverso Un fegato di nome Maicol, l’autrice condivide un’esperienza personale dolorosa e complessa con il desiderio di raggiungere chi vive una malattia, chi aspetta un trapianto e chi, accanto a una persona cara, cerca le parole e la forza per sostenerla.

Il suo racconto ci ricorda che la speranza non è la promessa che tutto andrà bene, ma la possibilità di continuare a guardare avanti anche quando non abbiamo certezze. Ci invita a riconoscere il valore della medicina, della ricerca, degli affetti e soprattutto della donazione degli organi, un gesto capace di offrire a un’altra persona una nuova possibilità.

Per Mariangela, la rinascita ha un nome: Maicol. E ha un significato che va oltre il trapianto: la gratitudine per una vita ritrovata e il desiderio di viverla fino in fondo.

Leggere questo libro significa entrare in contatto con una testimonianza di coraggio, ma anche compiere un gesto concreto di solidarietà. Acquistare Un fegato di nome Maicol è un modo per conoscere più da vicino la storia di Mariangela e per sostenere l’associazione VITE di Pisa cui è destinato il ricavato, contribuendo così a dare valore a un messaggio di speranza, vicinanza e generosità. La lettura può diventare, in questo modo, qualcosa che va oltre le pagine: un piccolo gesto capace di trasformarsi in sostegno per gli altri.

Perché alcune storie meritano di essere raccontate, altre meritano di essere ascoltate e condivise. E quelle che parlano di vita, di rinascita e di solidarietà meritano soprattutto di arrivare al cuore di tante persone.

Un fegato di nome Maicol è una di queste storie.

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Dove acquistare il libro

Il libro Un fegato di nome Maicol di Mariangela De Michele è acquistabile online su Amazon al seguente link:

https://www.amazon.it/dp/B0HJD7612V

È inoltre disponibile su ordinazione presso le librerie Mondadori e Feltrinelli e sulle piattaforme online IBS e Unilibro.

Scegliere questo libro significa leggere una storia di speranza e compiere un gesto di solidarietà: l’intero ricavato sarà destinato in beneficenza all’associazione VITE di Pisa, per sostenere i suoi progetti legati ai trapianti.

Mariangela De Michele
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