LE VOCI DI MARCINELLE: DAVIDE CAVUTI RACCONTA LA TRAGEDIA DEI MINATORI

Stefano Maria Simone

Ci sono tragedie che non appartengono soltanto alla Storia ma che continuano a vivere nella coscienza di un popolo, come ferite che il tempo non riesce a rimarginare. Marcinelle è una di queste. Una vicenda nella quale il dolore individuale si è trasformato in memoria collettiva, lasciando un segno profondo anche nelle generazioni successive. Con Le voci di Marcinelle, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e proiettato in prima nazionale lo scorso giovedì 1° ottobre, alle ore 21, al Cineteatro Massimo di Pescara, Davide Cavuti affronta una delle pagine più drammatiche del Novecento italiano attraverso un’opera che fonde testimonianza storica e narrazione cinematografica. Un docufilm realizzato con il cuore e con l’anima, profondo, commovente, dove il ricordo dei minatori scomparsi diventa anche una riflessione sulla dignità del lavoro, sul sacrificio dell’emigrazione e sul diritto fondamentale alla sicurezza che spesso viene dimenticato.

L’8 agosto 1956, nella miniera di carbone Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, un incendio provocò la morte di 262 lavoratori, 136 dei quali italiani, 60 erano abruzzesi. Uomini che avevano lasciato i propri paesi d’origine inseguendo l’illusione di un’esistenza migliore e che trovarono, nelle profondità della terra, la fine delle proprie speranze. A causa di un vagone posizionato male, l’ascensore della miniera urtò una trave e recise sia i cavi elettrici sia i tubi dell’olio ad alta pressione. Le scintille provocate dall’impatto diedero fuoco all’olio generando una nube di fumo tossico che invase rapidamente le gallerie sotterranee. Ma per comprendere appieno la portata della tragedia occorre risalire al contesto che aveva reso possibile quella migrazione. Nel 1946, l’accordo tra Italia e Belgio, passato alla storia come protocollo italo-belga, volgarmente detto uomo-carbone, prevedeva l’invio di manodopera italiana nelle miniere belghe in cambio di forniture gratuite di carbone destinate al nostro paese che in quel periodo era impegnato nella ricostruzione del dopoguerra. Un accordo che evidenzia le necessità economiche di due Paesi e la fragile situazione di uomini costretti a cercare altrove il proprio sostentamento.

È da questa prospettiva che il documentario di Cavuti acquista una grande rilevanza. La tragedia non viene isolata nella dimensione meramente cronachistica ma ricondotta alle condizioni materiali e sociali che precedettero il disastro. Il lavoro nella miniera, la durezza delle mansioni, l’esposizione ai pericoli e la mancanza di misure di sicurezza costituiscono la base di una vicenda nella quale il bisogno di sopravvivere si accompagnava a un rischio quotidiano. Infatti, la discesa dei minatori raggiungeva profondità prossime ai mille metri. Era un mondo sotterraneo dove la luce naturale scompariva, gli spazi si restringevano e il corpo umano perdeva la sua riconoscibilità diventando scuro come la notte. Gli unici tratti ancora percepibili erano gli occhi ed il sorriso. Ciò che importava di quegli uomini erano le mani, epiteto che nel romanzo Tempi Difficili di Charles Dickens indicava gli operai di Coketown, la città del carbone, che li rendeva pezzi del meccanismo produttivo industriale, bestie da soma, non più umani. A guidare lo spettatore in questo percorso è il dottor Luca Telese, direttore de Il Centro, nel ruolo di narratore. La sua presenza costituisce il filo conduttore di un viaggio che parte dall’Abruzzo, precisamente da Manoppello la cui comunità è stata particolarmente colpita dalla tragedia, e finisce in Belgio al Bois du Cazier. Qui, il dottor Telese accompagna il pubblico attraverso gli ambienti, le strutture e gli strumenti di lavoro mostrando in maniera tangibile la cruda realtà nella quale erano calati i minatori. Si entra in un frammento di storia fatto di oscurità e poche luci con le immagini degli spazi e degli strumenti utilizzati dai lavoratori. La narrazione trova la propria forza più autentica nelle testimonianze dei familiari delle vittime e di coloro che hanno lavorato nella miniera. Il dolore di chi ha perso un padre, un marito, un figlio, si intreccia con i ricordi di chi ha conosciuto direttamente la fatica del sottosuolo imprimendo al documentario una profondità emotiva tale da scuotere gli animi degli spettatori. Il reportage di Davide Cavuti riesce così a trasformare la memoria in un’esperienza di ascolto, nella quale la commozione nasce dalla consapevolezza che dietro ciascuna vittima vi fosse un’intera famiglia, un paese lontano e un progresso effimero. Molto efficaci sono anche le sequenze drammatizzate in bianco e nero, accostate alla componente documentaristica, che mettono in scena la sofferenza di una famiglia abruzzese al momento della partenza del figlio. Assistiamo alla separazione, all’incertezza e alla speranza di un ritorno che ahimè non avverrà mai. In queste ricostruzioni si distinguono Pino Ammendola e Tiziana Di Tonno nei panni dei genitori, il giovane Riccardo Di Sante come figlio e Michele Placido, nel ruolo di don Michele, in un’interpretazione davvero intensa. Accanto a loro, Massimiliano Gallo, Giorgio Pasotti, Marco Bocci, Sebastiano Somma ed Edoardo Siravo partecipano alla narrazione dando voce alle vicende dei minatori contribuendo a costruire una storia corale. La recitazione quindi si integra con le impressionanti testimonianze di Rosetta Ameruso, Urbano Ciacci, Camilla Iezzi, Jacques Iezzi, Gaetano La Valle, Maria Pasquarelli e Lucia Romasco. Il percorso della memoria è arricchito anche dagli interventi della scrittrice Dacia Maraini, del professor Carmine Catenacci, del politico Elio Di Rupo e degli studiosi legati al Museo del Bois du Cazier, Colette Ista e Alain Forti. Suggestivo è il collegamento proposto dal professor Catenacci tra la tragedia di Marcinelle e la tragedia greca. Un accostamento che consente di riconoscere nella vicenda dei minatori una dimensione universale. La discesa nel sottosuolo richiama inevitabilmente persino l’immaginario dell’Inferno dantesco. Un parallelismo che trova una consonanza nell’esperienza raccontata da Pier Paolo Pasolini che descrisse la propria discesa in una miniera come una sorta di viaggio infernale. Il riferimento letterario più significativo, però, può essere individuato nella novella Ciàula scopre la luna di Luigi Pirandello. Nel racconto, il manovale Ciàula abituato a lavorare immerso nel buio tra le viscere della terra assistendo un picconiere, durante la risalita in superficie vede la luce della luna rischiarare il buio della notte, del quale ha più paura in assoluto, e di fronte a tale bellezza si commuove. Il contrasto tra l’oscurità della miniera e la luce della luna offre una chiave di lettura anche per Marcinelle: da un lato gli uomini condannati a vivere e faticare nel buio, dall’altra la speranza di una vita diversa anelata con l’emigrazione. Se in Pirandello la luce della luna rappresenta una momentanea liberazione dalla brutalità dell’esistenza, nella catastrofe del Bois du Cazier quella possibilità di ritorno alla superficie venne negata.

Il risultato è un’opera che mantiene viva la memoria di un evento che ha segnato la nostra regione e non solo. Il documentario di Davide Cavuti trova dunque la propria ragione più profonda nella capacità di coniugare il racconto del passato con una questione che continua a interrogare il presente: la sicurezza sul lavoro. Ricordare i minatori del Bois du Cazier significa affermare che nessuna esigenza produttiva può prevalere sul diritto alla vita e sulla dignità del lavoratore.

Una menzione speciale va alla colonna sonora, firmata dallo stesso Cavuti e in particolar modo alla canzone Negli occhi di un padre, interpretata da Libera Candida D’Aurelio, una composizione struggente e dal motivo difficile da dimenticare.

Previous Story

Tragedia al Terminal bus di Pescara: donna travolta e uccisa da un pullman. Il cordoglio di Tua

Next Story

Incidente mortale tra Vasto e San Salvo: perde la vita un 48enne

Ultime notizie da Blog

Latest in Music

About us

One thousand years ago, superstition and the sword ruled. It was a time of darkness. It was a world of fear. It was the age of gargoyles. Stone by day, warriors by night, we were betrayed by the humans we had sworn to protect, frozen in stone by a magic spell for a thousand years.

Now, here in Manhattan, the spell is broken, and we live again! We are defenders of the night! We are Gargoyles! Scout troop short a child, Khrushchev’s due at Idelwyld… Car 54, where are you? Harlem that’s backed up.

Authors

Newsletter

[mc4wp_form id="176"]

© COPYRIGHT 2023 – IL GIORNALE DI CHIETI.
PIAZZALE MARCONI N.69 – 66100 CHIETI
ILGIORNALEDICHIETI@GMAIL.COM | C.F. 93062690693.