“Pinocchio siamo noi”: al Teatro Marrucino la fiaba di Collodi diventa specchio dell’umanità

L’opera del grande compositore abruzzese Antonio Cericola in scena nell’anteprima della stagione lirica 2026, con una lettura intensa e contemporanea del capolavoro di Collodi.

By Melody Di Paolo

«C’era una volta… – un Re! – diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.»

Così iniziava nel 1883 uno dei romanzi più famosi di tutti i tempi sulle avventure di un simpatico burattino, ingenuo ma di buon cuore, che avrebbe di lì a poco conquistato i cuori di grandi e piccini. La storia di Pinocchio ha sempre attratto e commosso tutte le generazioni, per il modo insieme fiabesco e ironico di raccontare gli sforzi, le cadute e il cammino per giungere alla maturità, in un’aderenza profonda alla realtà e alla vita.

E nell’opera lirica musicata da Antonio Cericola, su libretto di Sandro Bernabei e la regia di Danilo Proia, la dicotomia tra infanzia e maturità, antico e moderno, fiaba e realtà sembra essersi accorciata ancora di più rivelando il desiderio profondo dei Maestri nell’arrivare al cuore degli spettatori di tutte le età, giunti numerosi per la rappresentazione di sabato sera presso il Teatro Marrucino, in qualità di anteprima della stagione lirica 2026.

Il grillo parlante si affaccia sulla scena, narrando le avventure di Pinocchio e rompendo la quarta parete per rivolgersi al pubblico: è l’inizio del viaggio, e gli spettatori ne sono protagonisti insieme al personaggio principale, che partito con un abbecedario per diventare un diligente scolaro va alla scuola della vita in una continua formazione (simboleggiata dal grembiule indossato per quasi tutta l’opera), arrivando tra errori e buoni propositi verso la meta tanto ambita. Il cantante Samuele Lattanzi, giovanissimo interprete del celebre burattino, porta sulla scena uno sguardo da ragazzo non ancora maturo, che unito all’ottima potenza vocalica e alle buone doti recitative, lo rende un Pinocchio veramente adatto alla messinscena, costantemente contornato dai classici personaggi che nel bene e nel male ne rappresentano la necessaria evoluzione. La purezza dei sentimenti, e la costante voglia di ricominciare nel segno del bene e del dovere da parte del protagonista trovano il più dolce supporto nella Fata Turchina, la soave Minkyung Park, che nella meraviglia del suo abito bianco indica costantemente la strada giusta al burattino, condividendone con lui anche splendide arie che grazie alla bravura degli interpreti ne evidenziano la comune bontà d’animo e dei sentimenti.

Una rappresentazione che, nel raccontare con fedeltà la storia di Collodi, ne mette in luce un lato umano, presente nell’originale ma fondamentale per rendere l’opera uno specchio di sofferenze, permettendole di muoversi lungo le scene della vita stessa in un trionfo di realismo e sensibilità: la solitudine e la malinconia di Geppetto, che trova la pace solo di fronte all’amore di un figlio, l’umanità inaspettata di Mangiafuoco (poco evidenziata nel romanzo), che privato da piccolo della presenza e dell’amore dei genitori esorta Pinocchio a non deludere la guida e l’affetto del padre diventando una figura positiva per il protagonista, si coniugano sapientemente con la crudezza umana e la caducità dei piaceri mondani. Il gatto e la volpe, falsi e suadenti, musicalmente ineccepibili e dotati di efficaci strumenti sapientemente scelti dalla regia (come il violino che seduce il protagonista), insieme all’indolente Lucignolo sono gli ostacoli che distraggono Pinocchio dalla sua crescita interiore, ma che rappresentano, insieme ai personaggi positivi, quelle figure atemporali, libere dallo spazio e dal tempo e presenti nella realtà quotidiana e terrena, pronte ad irrompere nello spazio vitale di ognuno di noi. Ed ecco, allora, il grillo parlante, raccontando la storia di Pinocchio e rappresentandone la coscienza, si rivolge al pubblico e all’umanità intera, rendendo gli spettatori parte di una storia sempre attuale e moderna: la storia della crescita umana, nonostante avvenimenti e culture diverse, sempre costellata da solitudine, errori, sofferenze e cambiamenti per giungere alla maturazione e alla scelta di una vita improntata al bene.

La musica di Cericola, nella sua dolcezza e intensità, esalta la dimensione quasi sentimentale dell’opera, in linea con quell’attenzione particolare al lato umano presente in tutti i personaggi della storia, ma la scelta della forma dell’opera lirica, la freschezza dei personaggi sulla scena e il delizioso contributo del Coro di voci bianche del Conservatorio “L. D’Annunzio” di Pescara e dell’Istituto Comprensivo 3 di Chieti, diretti da Paola Ciolino e Giuli Bruni, hanno avuto l’indiscutibile merito di avvicinare le nuove generazioni alla nobile forma operistica, quale ulteriore strumento di formazione da sempre privilegiato dal teatro teatino.

“Pinocchio siamo noi”, questo il messaggio della storia che, intonato a gran voce nel gran finale da tutti i protagonisti, ha degnamente concluso l’anteprima di stagione lirica 2026, suscitando l’ovazione finale del pubblico e onorando il lavoro dei Maestri e del Teatro Marrucino, costantemente impegnato non solo nella ricerca dell’eccellenza artistica ma anche nel proporre opere aperte ad una riflessione sempre contemporanea, pur nel rispetto della tradizione.

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