Tra virtuosismo e sentimento, il dialogo di Hope e Hauzel incanta il Marrucino

By Melody Di Paolo

Un violinista raffinato e dalla profonda sensibilità timbrica, una pianista leggiadra e angelica ma dall’animo ardente e appassionato. L’esibizione di domenica sera del violinista Daniel Hope e della pianista Marie Sophie Hauzel, ospiti della stagione concertistica 2026 del Teatro Marrucino, ha donato al pubblico, accorso gremito presso il celebre teatro teatino, il connubio perfetto di virtuosismo tecnico e profonda intensità emotiva che ci si può tranquillamente aspettare da due artisti più volte saliti alla ribalta internazionale per l’eccellenza di cui sono emblema.

Eppure, considerando l’entusiasmo suscitato dalla memorabile esibizione, sembra che il pubblico non smetta mai di lasciarsi sorprendere dalla straordinaria levatura artistica degli ospiti del teatro teatino, neanche quando la musica, unica e vera protagonista della rassegna, si concretizza in pagine amatissime e familiari agli spettatori affezionati, ormai avvezzi a nomi quali Dvořák, Shor e Franck, che domenica sera sono stati omaggiati da Hope e Hauzel grazie ad una lettura al tempo stesso elegante ed intensa, rigorosa e passionale.

Il violinista Daniel Hope, dal suono limpido e morbido, inaugura il concerto con la Sonatina in sol maggiore op. 100 (Allegro risoluto, Larghetto, Scherzo: molto vivace – Trio, Finale: Allegro) di Antonín Dvořák, capace da sola di infondere una straordinaria freschezza all’esibizione grazie alle tinte romantiche e folcloristiche, tipiche del patrimonio boemo di cui l’autore fu fiero portavoce. Ed infatti la dignitosa compostezza ed eleganza di Hope non frena l’evidente coinvolgimento del violinista nella bellezza della musica, dando vita ad un’esecuzione tecnicamente perfetta e piena di lirismo, grazie anche al solido appoggio della sua compagna artistica, in continua simbiosi con lui. La Hauzel, dal canto suo, abbandona presto la sua apparenza angelica, mostrando grinta ed energia, e soprattutto una maturità artistica che nonostante la giovane età la pone senza dubbio alla pari dei grandi pianisti sulla scena internazionale. La padronanza dello strumento e la precisione di un fraseggio capace di farsi, quando necessario, impetuoso, ne fanno una presenza tutt’altro che subordinata, ma in costante dialogo con il violino, assecondandone gli slanci e caratterizzandosi per un’interpretazione emotiva e travolgente.

La serata prosegue con la meravigliosa Sonata per violino e pianoforte in re minore n. 1 (Allegro agitato, Scherzo, Meditation) di Alexey Shor, dai toni tormentati ma estremamente dolci e melodici, a tratti riflessivi e delicati, che prelude, nei toni e nell’intensità, al momento più atteso della serata, la celeberrima Sonata per violino e pianoforte in la maggiore (Allegretto ben moderato, Allegretto, Recitativo-Fantasia: Ben moderato. Largamente con fantasia, Allegretto poco mosso) di César Franck, preceduta da un’emozione palpabile e non delusa dall’atmosfera suggestiva che aleggia tra gli spettatori rapiti. Hope vi si abbandona completamente, donando alla sonata un tocco particolarmente sentimentale che ben valorizza il pronunciato lirismo e la sensualità raffinata che connotano la scrittura franckiana, senza tuttavia sminuirne la vena onirica a tratti soprannaturale, e conferendo ai numerosi momenti virtuosistici un tocco passionale ma elegante, sostenuto dalla Hauzel, che pur sostenendo una parte spesso meno immediatamente riconoscibile all’ascolto, si rivela l’elemento essenziale dell’esecuzione, guidandola con il suo tocco grazioso e penetrante.

L’acclamato bis, richiesto a gran voce dagli spettatori entusiasti, riporta sulla scena, quasi a chiudere idealmente il cerchio della serata, un nuovo slancio dai toni folcloristici grazie a due brani tratti dalle Siete canciones populars españolas di Manuel De Falla, a conclusione di un’esibizione nella quale la profonda sensibilità artistica e l’emotività, sostenute dalla grande versatilità degli artisti, hanno saputo coniugarsi armoniosamente con eleganza e raffinatezza, ridonando alla musica la sua essenza più profonda e suscitando l’ovazione finale del pubblico.

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