Chieti, addetta alla vigilanza privata svolgeva mansioni di livello superiore: il Tribunale condanna l’azienda a pagare gli arretrati

Una lavoratrice della vigilanza privata ottiene il riconoscimento del superiore inquadramento e delle relative differenze salariali. Il Tribunale di Chieti ha stabilito che la dipendente, impiegata da una società leader del settore, avrebbe dovuto essere inserita al terzo livello previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro, anziché a quello precedentemente riconosciuto. La pronuncia comporta per l’azienda il pagamento delle differenze retributive maturate nel corso degli anni, oltre alla rivalutazione, agli interessi e alle spese di giudizio.

La vicenda è nata dalla contestazione dell’inquadramento professionale della lavoratrice, che per anni avrebbe svolto mansioni riconducibili a un livello contrattuale superiore rispetto a quello formalmente attribuitole. Nel corso del procedimento sono state esaminate le attività concretamente svolte e raccolte testimonianze utili a ricostruire il ruolo effettivamente ricoperto.

La causa è stata seguita dalla UILTuCS Abruzzo attraverso il segretario regionale con delega alla Vigilanza privata, Alberto Stampone, con l’assistenza degli avvocati Stefano Di Renzo e Massimiliano Matteucci. La decisione assume un rilievo che, secondo il sindacato, supera i confini della singola vertenza. Il principio affermato dal giudice è infatti quello della necessaria corrispondenza tra le mansioni effettivamente svolte e l’inquadramento professionale riconosciuto al lavoratore. Un aspetto particolarmente significativo in un comparto nel quale le condizioni salariali e professionali sono da tempo al centro del confronto sindacale.

Il tema si inserisce inoltre nella più ampia questione del potere d’acquisto e della stagnazione dei salari reali. Nel settore della vigilanza privata e dei servizi fiduciari, il problema degli inquadramenti e dei livelli retributivi si intreccia con il principio costituzionale della giusta remunerazione. Nel 2023 la Corte di Cassazione ha infatti ribadito la possibilità per il giudice di non applicare i minimi previsti da un contratto collettivo qualora risultino inadeguati a garantire una retribuzione proporzionata e sufficiente, come previsto dall’articolo 36 della Costituzione.

In questo quadro, il riconoscimento giudiziale del livello superiore assume anche una dimensione economica concreta: un inquadramento inferiore rispetto alle mansioni svolte può tradursi in una retribuzione più bassa per un periodo prolungato e incidere sul complesso dei diritti economici e professionali del dipendente.

La UILTuCS Abruzzo considera quindi la sentenza un precedente di interesse anche per altri lavoratori del comparto. La presenza di modelli organizzativi analoghi all’interno di aziende di dimensione nazionale potrebbe infatti determinare situazioni professionali comparabili. Il sindacato ha per questo invitato i lavoratori che ritengono di svolgere mansioni superiori rispetto al livello riconosciuto a verificare la propria posizione contrattuale, rivolgendosi alle strutture territoriali. Allo stesso tempo, l’organizzazione auspica che la società interessata utilizzi la pronuncia come occasione per una verifica complessiva degli inquadramenti del personale e per un confronto con le rappresentanze sindacali.

La vicenda di Chieti riporta così al centro un tema spesso meno visibile rispetto alla contrattazione salariale: non solo quanto viene pagato un lavoro, ma anche se il livello contrattuale attribuito corrisponde realmente alle responsabilità e alle attività svolte ogni giorno.

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