La magia del pianoforte solista è tornata a risplendere sul palcoscenico del Teatro Marrucino di Chieti, dove domenica scorsa Albert Cano Smit, giovane pianista dalla brillante carriera internazionale, è stato protagonista di un concerto di grande fascino, regalando al pubblico un raffinato itinerario musicale nell’ambito della stagione concertistica 2026. Cuore del programma l’accostamento tra Johann Sebastian Bach e Gabriel Fauré, che ha messo in luce due universi musicali lontani nel tempo, ma profondamente uniti dalla capacità di esplorare le dimensioni più intime dell’animo umano. Da una parte il rigore architettonico, la purezza delle linee e la straordinaria perfezione contrappuntistica di Bach; dall’altra il lirismo sensuale di Fauré, fatto di armonie cangianti, inquietudini sottili e delicati abbandoni poetici, in un intreccio che, attraverso la sensibilità di Cano Smith, ha trovato naturalezza, rivelando affinità inattese e suscitando quell’autentico senso di meraviglia che permea il genio dei grandi compositori.
L’apertura, affidata ai primi quattro Contrapunctus da L’Arte della fuga BWV 1080 di Bach, ha subito messo in luce la precisione e la lucidità interpretativa del pianista, che ha saputo riportare in tutta la sua profondità l’architettura bachiana in una resa limpida, naturale, priva di ogni rigidità. Con Fauré, il paesaggio sonoro si è fatto più raccolto, morbido e sfumato. Dalla malinconia delicata della Sicilienne alla ricchezza armonica del Notturno n. 6, passando per la vivacità dell’Impromptu n. 2 e la brillantezza della Valse-caprice, Cano Smit ha restituito tutta la raffinatezza di una scrittura pregna di molteplici sfumature, grazie ad un pianismo, elegante e mai incline all’ostentazione, ma completamente naturale nel dispiegare ogni dimensione emotiva, in tutto il suo spessore.
Il concerto ha poi mutato passo, aprendosi a colori e suggestioni differenti con la Sonata per pianoforte n. 2di Alexander Shor e le Danzas argentinas, op. 2, di Alberto Ginastera, che hanno ulteriormente arricchito l’orizzonte sonoro ed espressivo della sonata, grazie alla vitalità ritmica ed ai toni energici e popolareggianti, alternati a note più calme e riflessive, ma affrontati dal pianista con il suo tocco preciso e chiaro, dall’eleganza sottile ma pregna di ricchezza espressiva. A suggellare la serata, il bis con l’Intermezzo in la maggiore, op. 118 n. 2, di Johannes Brahms, ha riportato il pubblico in una dimensione di intensa intimità, aprendo uno spazio di quiete e raccoglimento nel quale il canto del pianoforte si è disteso con dolcezza e profondità. Una pace interrotta soltanto dall’applauso entusiasta del pubblico rapito, che ha reso omaggio non solo a un’esperienza artistica di rara bellezza e profondità, ma anche al talento e alla sensibilità di Albert Cano Smit, capace di restituire la profonda umanità che attraversa le pagine dei grandi compositori e quella ricchezza espressiva che, superando epoche e sensibilità diverse, testimonia l’immortalità dei capolavori della storia della musica.
