Chieti, il calcio dei bambini tra nuovi progetti e una domanda: per giocare basta ancora un pallone?

RICEVIAMO e PUBBLICHIAMO la lettera di un lettore de Il Giornale di Chieti in merito ai cambiamenti che stanno interessando il panorama del calcio giovanile cittadino, tra nuovi progetti sportivi, costi a carico delle famiglie e riflessioni sul ruolo sociale delle scuole calcio.

Gentile direttore, vorrei sottoporre alla sua attenzione e ai lettori de Il Giornale di Chieti una vicenda che riguarda il calcio giovanile a Chieti e che, a mio avviso, meriterebbe un approfondimento giornalistico sul modo in cui si sta trasformando il calcio giovanile nella nostra città. Partiamo da ciò che è successo lo scorso anno.

La decisione di una società calcistica cittadina di offrire gratuitamente l’attività del settore giovanile ha introdotto un elemento di forte discontinuità nel panorama del calcio giovanile teatino. Una scelta che, rendendo più conveniente per le famiglie iscrivere i propri figli, ha inevitabilmente modificato gli equilibri tra le diverse scuole calcio del territorio, chiamate a confrontarsi con una proposta capace di incidere sulle iscrizioni e sulla sostenibilità delle rispettive attività.

Tra le realtà che hanno maggiormente risentito di questo cambiamento c’è stata una società storica del calcio giovanile teatino, che per generazioni di ragazzi ha rappresentato molto più di una semplice scuola calcio: un luogo nel quale imparare a giocare a pallone, ma anche a stare insieme, rispettare gli altri, crescere e costruire rapporti umani. Oggi quella realtà, dopo oltre sessant’anni di storia, non rappresenta più la stessa presenza nella città di Chieti ed è confluita in un progetto con una realtà di un altro comune. È una perdita importante per il patrimonio sportivo cittadino.

Nel frattempo, un’altra realtà calcistica cittadina ha intrapreso un percorso di rinnovamento, presentandosi con una nuova denominazione, un nuovo logo e un progetto sportivo rinnovato. Una trasformazione che ha attirato l’attenzione nell’ambiente calcistico cittadino, dando luogo ad alcune riflessioni sull’identità e sulla riconoscibilità delle diverse realtà sportive presenti sul territorio. Un tema che ha trovato spazio anche nel dibattito della stampa locale.

Tutto questo potrebbe essere semplicemente il segno di un movimento sportivo che si rinnova.

Ma c’è un aspetto che, come genitore, mi lascia molto perplesso.

A settembre, dopo diversi Open Day ai quali hanno partecipato moltissimi ragazzi — compresi numerosi bambini che già nella stagione precedente frequentavano la stessa scuola calcio — è arrivata la comunicazione relativa alle iscrizioni: per potersi iscrivere è necessario acquistare un kit obbligatorio del costo di 120 euro. Non si tratta di materiale facoltativo o di un prodotto acquistabile da chi lo desidera: per iscriversi occorre comprarlo.

Molti dei ragazzi che quest’anno entrano nel nuovo progetto provengono dalla precedente scuola calcio e possiedono già divise, tute, borse e altro materiale acquistato appena un anno fa. Materiale che, nella maggior parte dei casi, è ancora perfettamente utilizzabile. Eppure, con il cambio di denominazione e di identità della società, alle famiglie viene richiesto di acquistare un nuovo kit.

Perché obbligare una famiglia a ricomprare tutto il materiale sportivo dopo appena un anno?

Perché non consentire, almeno per una stagione, ai ragazzi già iscritti di utilizzare il materiale precedente, lasciando alle famiglie la possibilità di acquistare gradualmente il nuovo kit?

In fondo, se l’obiettivo è quello di rinnovare completamente l’immagine della società, basterebbe aspettare uno o due anni, affinché il materiale venga naturalmente sostituito man mano che i bambini crescono e le divise diventano inutilizzabili.

Vorrei però chiarire subito una cosa: il problema non è il prezzo in sé. Anzi, considerando tutto ciò che comprende, 120 euro possono anche essere una cifra assolutamente comprensibile. Il problema è rendere obbligatorio l’acquisto dell’intero kit anche per chi possiede già materiale acquistato nella stagione precedente, con una spesa che si aggiunge alla quota annuale.

E questo avviene proprio in un momento storico nel quale in Italia, anche a seguito della terza mancata qualificazione consecutiva della Nazionale ai Mondiali, si pone l’accento sulla crisi dei vivai e delle scuole calcio, discutendo molto di come rendere nuovamente accessibile il calcio ai bambini.

Non si sta dicendo che una società sportiva non debba avere un proprio logo o un proprio abbigliamento. È perfettamente comprensibile che una società che cambia nome e identità voglia presentarsi con una nuova immagine. Il calcio giovanile è diventato però un’attività sempre più costosa, per cui sarebbe forse opportuno chiedersi dove si trovi il limite tra le esigenze organizzative di una società e ciò che viene chiesto alle famiglie.

Magari applicando un principio semplice: ciò che è necessario deve essere necessario; ciò che non lo è dovrebbe rimanere opzionale.

Una società sportiva dilettantistica non è un ente pubblico e nessuno pretende che lavori gratuitamente. Una scuola calcio svolge comunque una funzione sociale, soprattutto quando opera all’interno di una città e utilizza impianti sportivi, di proprietà del Comune o dell’Università, che fanno parte del patrimonio e della vita della comunità.

Le domande sono quindi altre: perché aggiungere continuamente qualcosa? Perché, per fare una cosa semplice, dobbiamo necessariamente aggiungerne altre? È questa la politica che vogliamo per il calcio giovanile della nostra città?

Perché il calcio, prima di essere un logo, una divisa, una borsa o un kit completo, è un bambino che corre dietro a un pallone.

Grazie per l’attenzione.

Un genitore teatino

 

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